Fra i ricordi di quando si era ragazzini c’è il gioco praticato sulle rive di un fiume o presso una pozza che consisteva nel far rimbalzare la pietra sulla superficie dell’acqua: vinceva chi riusciva a fare il maggior numero di balzi.
In un’occasione si era unito al nostro gruppo anche un bambino più piccolo che, dopo aver tentato di far rimbalzare le sue pietre senza riuscirci, si arrabbiò e prese a lanciare sassi in tutte le direzioni, compreso verso l’alto. Prima che intervenissimo a bloccarlo, una pietra gli cadde in testa e provocò una ferita che gli coprì la faccia di sangue.
Non era niente di grave, ma la vista del sangue ci spaventò e così lo lavammo alla bell’e meglio e lo portammo a casa dai suoi. Inutile dire che al colpevole toccarono tutte le attenzioni e a noi tutti i rimproveri. Mi è venuto in mente quest’episodio giorni fa sentendo uno che bestemmiava come un forsennato: ce l’aveva col Padreterno, non si sa per che motivo.
Quell’uomo mi sembrò la versione adulta del bimbo capriccioso che lanciando sassi in alto, finì per ferire sé stesso e mi venne in mente il proverbio: «Raglio d’asino non arriva in cielo» perché le pietre scagliate verso l’alto sono per la gravità destinate a ricadere sulla terra e a volte sulla testa di chi le ha lanciate.
Ma anche in questo caso ci fu chi disse: «Poveretto va capito…chissà quanti problemi ha addosso». Forse è vero! Ma proprio per questo doveva evitare di tirarsene addosso altri insultando Dio, tanto più che non era un bambino, ma un uomo fatto, anche se non finito.