nell’immagine un dipinto di Alessandro Tofanelli
II settimana di Quaresima
Riflessione del giorno
Dobbiamo essere liberi dalla paura. Non è il potere che corrompe, ma la paura. Il timore di perdere il potere corrompe chi lo detiene e la paura del castigo da parte del potere corrompe chi ne è soggetto. Sono parole di Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991 e agli arresti a opera del regime militare birmano, pur essendo la figlia dell’eroe dell’indipendenza di quel Paese. Queste sue parole sulla paura sono il programma della sua lotta per la libertà. La paura, infatti, è la radice di tante vergogne che si commettono. E’ per questo che Montaigne non esitava a confessare: «La paura è la cosa di cui ho più paura». La paura di perdere una carica ti vota all’adulazione, all’inganno, all’umiliazione. La paura di perdere un affetto ti spinge alla gelosia e ad atti meschini. La paura di perdere il predominio sugli altri ti rende implacabile e fin crudele. La paura di perdere la fama ti fa vanitoso e fatuo. Potremmo andare avanti a lungo in questa litania di debolezze e miserie; perciò è giusto invocare Dio affinché ci liberi da ogni paura e viltà e ci renda coraggiosi e sereni. Detto questo, però, vorrei distinguere la paura da un’altra realtà che usiamo come sinonimo: il timore. Spesso, infatti, si crede di essere coraggiosi perché non si ha più rispetto dell’altro e si diventa arroganti, insolenti, impertinenti. Se la paura può essere un difetto, il timore è una virtù. Per questo motivo nella Bibbia si legge: «Il timore del Signore è principio di sapienza» (Pr 1,7).
Intenzione del giorno
Per il popolo birmano che soffre per la feroce repressione antidemocratica e poliziesca.
Don’t Forget! – Storia delle persecuzioni anticristiane
Con iconoclastia si intende la dottrina e l’azione di coloro che nell’Impero bizantino, nel sec. 8° e 9°, avversarono il culto religioso e l’uso delle immagini sacre. La lotta contro le immagini cominciò con le disposizioni prese nel 726 dall’imperatore Leone III Isaurico, mosso sia da considerazioni di ordine pratico immediato (togliere un argomento all’incalzante propaganda musulmana che accusava di idolatria i cristiani) sia dalla preoccupazione della crescente influenza sulle masse popolari dei monasteri e dei monaci, presso i quali si trovavano immagini a volte fanaticamente venerate. Alle disposizioni aderirono alcuni vescovi, mentre il patriarca di Costantinopoli, S. Germano, resistette e fu perciò rimosso (729). Stessa sorte toccò ai patriarchi di Antiochia, Alessandria e Gerusalemme. I papi Gregorio II e Gregorio III protestarono e quest’ultimo fece dichiarare la legittimità del culto delle immagini nel Sinodo Romano del 731. In risposta, Leone III confiscò le rendite della Chiesa romana nei territori bizantini dell’Italia e ne sottopose le diocesi al patriarcato di Costantinopoli. Costantino V Copronimo, successore di Leone III, fu dapprima più prudente, ma, rafforzatosi sul trono, anch’egli fece proclamare il divieto delle immagini da un Concilio Ecumenico nel 754 tenutosi nel palazzo imperiale di Hieria a Costantinopoli. Ma il popolo e i monaci non si sottomisero…