Riflessione del giorno

Giovedì 5 marzo 2026

By Patronato S. Vincenzo

March 05, 2026

 

II Settimana di quaresima

 

Avvenne il 5 marzo…

1860 – I Ducati di Parma-Piacenza e di Modena-Reggio, il Granducato di Toscana e la Romagna votano un plebiscito per unirsi al Regno di Sardegna.

1940 – Il Politburo sovietico firma l’ordine per l’esecuzione di 25.700 polacchi, eccidio che passa alla storia come massacro di Katyn’.

1946 –Il riferimento che Winston Churchill fa per la prima volta alla cortina di ferro è considerato per convenzione come l’inizio della guerra fredda.

1970 – Entra in vigore un trattato di non proliferazione nucleare, ratificato da 43 nazioni.

1982 – Il satellite artificiale sovietico Venera 14 arriva su Venere.

 

Aforisma dei padri del deserto

“Non complicare la tua vita con troppe regole, cerca invece la semplicità del cuore”.

 

Santo del giorno

 

Preghiera Colletta

Custodisci con continua benevolenza, o Padre, la tua Chiesa e poiché, a causa della debolezza umana, non può sostenersi senza di te, il tuo aiuto la liberi sempre da ogni pericolo e la guidi alla salvezza eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

 

Parola di dio Matteo 23,1-12

Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui.

Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricordati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.

E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorge dai morti”».

 

Riflessione Dietrich Bonhoeffer

Gesù dice che chi vuole seguilo deve «prendere su di sé la sua croce». Questa è già preparata, fin dall’inizio, non c’è bisogno che di prenderla su. Perché nessuno creda di doversi cercare una croce da sé stesso, o di dover escogitare volontariamente un patire, Gesù dice che per ognuno già pronta la sua croce, stabilita e assegnata a lui da Dio. Ognuno deve sopportare la misura di passione e di riprovazione che gli è stata assegnata. Ognuno ha una propria misura.

Alcuni sono per Dio degni di grandi sofferenze, a loro egli dona la grazia del martirio; altri non permette che siano tentati al di sopra delle loro forze. Ma la croce è sempre una sola. Essa è imposta ad ogni cristiano. La prima passione in nome di Cristo, che ognuno deve provare, è la chiamata che ci chiama fuori dai vincoli di questo mondo. È la morte del vecchio uomo nell’incontro con Gesù Cristo.

Chi si pone nella sequela, si consegna alla morte di Gesù, fonda la sua vita sulla morte, ed è così fin dalle prime battute; la croce non è la fine terribile di una vita felice e devota, ma sta all’inizio della comunione con Gesù. Ogni chiamata di Cristo porta alla morte. Sia che dobbiamo lasciare la nostra casa e la professione come i primi discepoli, per seguirlo…in conclusione la croce non è la fine terribile di una vita felice e devota, ma sta all’inizio della comunione con Gesù.    

 

Intenzione di preghiera

Preghiamo perché i pericolosi fuochi di guerra divampati in Medio Oriente tra Pakistan e Afganistan siano spenti prima possibile dal ricorso al dialogo e alla diplomazia.

 

Don’t Forget! Santi e Beati della Carità

BEATO GEREMIA DA VALACCHIA 

Valacchia, Romania 29 giugno 1556 – Napoli 5 marzo 1625

 

 

Sognò sempre di raggiungere l’Italia, convinto che vi si trovassero i migliori cristiani del mondo. E i genitori – Stoika Kostist e Margherita Barbat, che erano agricoltori e anche benestanti – a 19 anni lo lasciarono partire. Arrivò a Bari a 22 anni, dopo un lento viaggio e un lungo soggiorno ad Alba Iulia (Romania) come servitore di un medico. Non vi trovò quello che si attendeva, e nella Quaresima del 1578 arrivò a Napoli tra i cappuccini, accolto come “fratello laico”, senza ricevere gli Ordini sacri. Lasciato il nome nativo di Ion (Giovanni), diventò fra Geremia da Valacchia. Poi passò per vari conventi dell’Ordine e nel 1584 eccolo di nuovo a Napoli in quello di Sant’Eframio Nuovo, dove resterà fino alla morte. Nella Napoli sotto il dominio spagnolo, fra Geremia diventò una sorta di patrono della gente più derelitta, servendo intanto la sua comunità nei compiti meno gradevoli; un numero crescente di diseredati faceva appello alla sua straordinaria capacità di compatire, proprio nel senso di “soffrire insieme”.

Lui faceva anche il mendicante, per loro: raccoglieva cibo e vestiti, e non si sa bene che cosa mangiasse, perché la sua razione di pane e verdure sfamava sempre qualcun altro. Accompagnava tutto questo con lunghe preghiere: amava soprattutto il Pater Noster e la Salve Regina. Quando non andava in giro per i poveri, era nelle celle e nelle stanze dei malati: quelli senza speranza, con piaghe ripugnanti, o paralitici, o pazzi. L’effluvio delle sue erbe aromatiche combatteva la puzza dei corpi disfatti, le sue braccia sostituivano quelle bloccate dalla paralisi. Sorrideva agli insulti dei dementi. Poi gli affidarono un religioso, fra Martino, che nessuno avvicinava più: troppe piaghe.

Ci pensò lui, lavandolo ogni giorno anche dieci volte, finché a sua volta crollò: stanchezza, disgusto; non ne poteva più e cambiò convento. Ma dopo qualche tempo, rieccolo accanto a fra Martino. Disse che il Signore lo voleva lì; che gliel’aveva fatto capire mentre pregava. E lì rimase per quattro anni e mezzo; fino alla morte di Martino, che per molti fu un sollievo. Lui pianse, invece: “Povero fra Martino, era la ricreazione mia…”. Al convento, ormai, veniva a cercarlo anche gente importante. Dotti teologi chiedevano consiglio al “fratello laico” analfabeta, la cui parlata era un miscuglio pittoresco, una sorta di italo-rumeno-napoletano. Quando fra Geremia morì, bisognò chiamare i soldati e poi seppellirlo segretamente, di notte, dopo un assalto popolare al convento per vederlo, toccarlo, tagliare pezzetti del saio, che sarà cambiato sei volte. Giovanni Paolo II lo ha beatificato nel 1983. I suoi resti mortali si trovano ora a Napoli, nella chiesa dell’Immacolata Concezione.