“Mi chiamo Sawaneh e sono nato in Sierra Leone. Secondo un’antica legge tribale, ero destinato a essere abbandonato nella foresta già da bambino. Mio padre, per ottenere prestigio nella comunità, aveva deciso di rispettare la tradizione; mia madre, però, non accettò e per salvarmi, mi affidò a un tale che, dietro compenso, mi portò oltre confine.
Così, a 9 anni, arrivai da solo in Guinea Conakry e dovetti imparare a sopravvivere: la strada fu la mia casa e conobbi fame, sete, solitudine e paura. Vissi per anni da clandestino, subendo violenze e soprusi, anche della polizia. Ma in me cresceva una forza che non sapevo di possedere e che mi impedì di arrendermi.
Quando divenni un giovane uomo, decisi di affrontare il “viaggio della speranza” intrapreso da tanti altri come me. Attraversai il Sahara, passando dal Mali, camminando sotto il sole implacabile e razionando ogni goccia d’acqua. Fui derubato e picchiato da ladri e predoni, ma anche da uomini in uniforme.
In Mauritania conobbi la fede e mi feci battezzare. La tappa più dura fu la Libia dove venni arrestato e gettato in prigione, incatenato ai polsi e ai piedi per 3 lunghi anni. Poi fui trasferito in una casa privata, dove vivevo da servo; da lì guardavo le colonne di persone che si dirigevano alla costa dove gli scafisti organizzavano le partenze e decisi di tentare anch’io la traversata.
Il gommone su cui viaggiavo si trovò presto in difficoltà, ma venni soccorso dalla Marina Militare italiana. In seguito raggiunsi il Nord Italia e arrivai a Bergamo, dove ad accogliermi fu il Patronato S. Vincenzo”. Sawaneh ha trovato in noi il futuro. Noi abbiamo trovato in lui un vero uomo.