Un ospite africano mi fa notare: «Io non so come fai…». «A far cosa?» chiedo. «A scrivere a mano così tanto, poi a interrompere per rispondere al telefono e a ricominciare subito dopo… io non ci riesco.
A riempire un foglio mi ci vuole una settimana, mentre a te bastano pochi minuti». Quell’osservazione mi ha fatto riflettere su un fatto solo in apparenza banale e cioè che il passaggio dalla parola detta a quella scritta è molto complesso, più di quanto si pensi.
Tradurre cioè il pensiero o la parola in scrittura non è facile: occorre chiarire anzitutto a sé stessi il contenuto e poi renderlo comprensibile a chi lo leggerà. E non ho potuto fare a meno di pensare a come siamo stati fortunati noi ad avere maestri e insegnanti che ci hanno fatto fare i pensierini, i dettati, i riassunti, i temi, le ricerche, le tesi…
Che ci hanno insegnato le regole di grammatica e sintassi, ci hanno tormentato con l’analisi grammaticale e logica e ci hanno obbligato a leggere libri e a parlare in modo appropriato correggendo strafalcioni e facendoci ripetere i compiti fatti male.
Il giovane africano più o meno sa leggere e scrivere, ma il suo stupore davanti a uno che scrive di getto senza copiare da altri testi e si interrompe per rispondere al telefono per riprendere subito dopo a scrivere, la dice lunga riguardo alla qualità della nostra formazione.
E da allora nella preghiera quotidiana è entrato anche il ricordo riconoscente a Dio nei confronti dei miei insegnanti, dall’asilo fino alla teologia.