Sapere cosa voglio davvero dalla vita è sempre stato per me un mistero, un vero e proprio enigma irrisolvibile, dubbio travolgente e affascinante; quasi fatico a pensare che ci siano persone già ‘fatte e finite’, con un preciso progetto in testa da portare a termine. Forse è stata proprio la ragione principale che mi ha spinto a partire: la curiosità di vedere con i miei occhi ciò che è diverso da me (da noi), la voglia di ascoltare con le orecchie, ma soprattutto con il cuore, le infinite storie di bambini, donne e uomini che vivono ai margini della società, il desiderio di toccare con mano la povertà, per meglio comprendere il significato della carità e della misericordia.
Scrivo e cancello parole su di un foglio bianco, emozioni rubate al cuore. Invano nella possibilità di spiegare cosa sono stati questi tre mesi per me. Tutto attorno tace, immobile: proprio come l’avevo lasciato. Solo i miei pensieri fanno rumore in questo silenzio che mi assorbe.
Vorrei tanto poter raccontare qualcosa delle mie giornate. Ma le parole che tanto mi ostino a scrivere scivolano come ricordi veloci, flash intensi che per qualche secondo mi fanno tornare proprio là, dove per qualche mese mi sono sentita a casa, anche se da casa ero distante un oceano.
… Penso alle mattine passate in cucina con Benicia, la cuoca ufficiale della Ciudad de Ninos. Prepara il pasto al personale e ai ragazzi che vanno a scuola all’interno della Città, ma che vengono da fuori. Il mio compito era quello di aiutarla, soprattutto nelle piccole cose: tagliare le cipolle, pelare le patate, i fagiolini, lavare l’insalata … tenerle compagnia e imparare qualche nuova ricetta culinaria boliviana.
… Penso alle giornate passate in falegnameria con Carlos, il falegname ufficiale della Ciudad de Ninos. Abbiamo levigato e pitturato porte, armadi, sedie .. tutto ciò con un sottofondo musicale tipico boliviano.
… Penso a Suor Donatella, Suor Genovienne e suor Augusta che, con la loro saggezza e allegria, sono state per me come delle mamme; con loro mi sono aperta e confidata, ho riso fino a piangere, ho pianto fino a tornare a sorridere.
… Penso a Padre Gianluca, un uomo che tanto ammiro e stimo, per la sua infinita pazienza, devozione e premura fin nelle più piccole cose.
… Penso a Dio, al piacere di poter chiudere gli occhi, parlarGli a voce spenta, a cuore aperto. Mi chiedo perché le nuvole siano così bianche e abbiano tutte quelle forme così strane, o perché certi fiori siano così rossi come il sangue e altri blu come il mare immenso, colmo di onde che sempre spinte dal vento si imbattono sulla costa, avanti indietro, indietro e avanti. Ho sentito una forte vicinanza a Dio nei tre mesi trascorsi alla Ciudad de Ninos: ha lasciato il segno della Sua presenza in ogni dove, agli occhi di tutti ha posto la bellezza della creazione, perfino dove pace non si può trovare, perfino dove il dolore è così meschino e brutale da lasciarci senza parole.
… Penso a Miguel. Ha gli occhi grandi mentre mi osserva e mi sorride. Intravedo nel suo sguardo purezza e innocenza, figlio di tragici eventi; forse in me scorge qualcosa di buono, incapace di distruggerlo. Mi sento legata ad una vita che non è mai stata mia, che non dovrebbe essere stata sua. Una vita che lo ha travolto, lo ha risucchiato in un vortice infinito di sofferenza; e forse solo adesso che vive nella Ciudad de Ninos ha incontrato la sua pace.
… Penso ai bimbi che ho conosciuto sul cammino di questa intensa esperienza, penso ai loro sorrisi abbaglianti, alla tenera timidezza, agli sguardi sfuggenti, agli abbracci sinceri e caldi. Così piccoli vittime di abusi, costretti a crescere in fretta, senza speranza. Non conoscono la parola ‘ribellione’: schiavi di una povertà morale, di una miseria che non dovrebbe appartenergli. Picchiati dai padri ubriachi, violentati dagli stessi, trascinati nel campo a coltivare ‘papas’ e ‘mais’, per portare avanti una vita che nessuno vorrebbe vivere. Abbandonati come vagabondi sulle strade di un destino già scritto da Colui che possiede i colori di una tela immensa chiamata Vita.
… e per concludere penso, con consapevolezza, a quanto sia bello realizzare l’importanza di un abbraccio di mamma prima di andare a dormire, cercare il conforto nello sguardo di una sorella o un fratello, ricercare la pace in un bacio spinoso di papà.
Essere grati e apprezzare quello che abbiamo e quello che siamo, sempre. Solo così si può vivere in pace con se stessi e con il mondo; solo così possiamo aprire la nostra vita e il nostro cuore al prossimo. E proprio come mi disse una volta padre Gianluca.. “Mai dimenticarsi di ricercare sempre la semplicità, la bellezza autentica della vita, il volto di chi è più povero”.
Certo, lo so, non ho scoperto l’America Latina, non ho salvato la vita di questo e quest’ altro bambino, ma ho scavato dentro me, in ricerca di una parte del mio cuore che avevo accantonato, ricca di amore e compassione: una parte che ho amato, accudito, fatto forte e mia per sempre.
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