Oggi, a Roma, si è conclusa una con una condanna una brutta pagina della storia dei regimi dittatoriali del sud America degli anni ’80.
Otto condanne all’ergastolo, 19 assoluzioni e sei non luogo a procedere per morte degli imputati. E’ questa la decisione della III Corte di Assise di Roma presa a conclusione del processo sul cosiddetto piano Condor.
Il Piano Condor è stato una vasta operazione clandestina di coordinamento della repressione messa in atto dai servizi di intelligence delle dittature militari latinoamericane, a cavallo fra gli anni ’70 e ’80, con la collaborazione attiva della Cia americana, con l’obiettivo esplicito di neutralizzare, spesso attraverso la loro eliminazione, elementi considerati “sovversivi” e principalmente legati ad organizzazioni di sinistra del subcontinente. Le azioni del Piano Condor si sono articolate soprattutto nel cosiddetto Cono Sud dell’America Latina – Cile, Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay – ma hanno raggiunto anche Bolivia, Perù, Colombia e Venezuela, a misura che si estendevano i regimi militari nella regione e hanno portato alla morte di decine di migliaia di persone (molti “desaparecidos”, cioe’ ufficialmente dispersi) e all’arresto e la tortura illegali di altre decine di migliaia.
A vario titolo gli imputati erano accusati di aver mandato a morte anche 23 cittadini di origine italiana che vivevano nei Paesi sudamericani. Le accuse erano quelle di omicidio plurimo aggravato e sequestro di persona
Tra i condannati all’ergastolo anche persone con cariche di rilievo nei rispettivi paesi d’appartenenza. In particolare, Luis Garcia Meda Tejada è stato il presidente della Bolivia dal 1980 al 1981; Luis Arce Gomez, generale, ha guidato il Dipartimento II dell’intelligence dello Stato Maggiore e poi è stato ministro dell’Interno.; Juan Carlos Blanco è stato ministro degli Esteri dell’Uruguay; Jeronimo Hernan Ramirez Ramirez ha svolto un incarico di primo piano in Cile; Francisco Rafael Cerruti Bermudez, è stato presidente del Perù dal 1975-1980. Incarichi di rilievo anche per il cileno Valderrama Ahumada, colonnello in congedo dell’esercito cileno, per Pedro Richter Prada, generale di divisione, ex primo ministro del Perù, e per German Luis Figeroa, capo dei Servizi dello stesso Paese.
Si è così chiuso un percorso iniziato due anni fa, il 12 febbraio del 2015, che ha visto alla sbarra 33 persone: agenti della repressione e membri delle giunte militari, responsabili del sequestro e dell’omicidio di 42 prigionieri argentini, cileni e uruguayani. Tra gli italiani vittime della repressione anche Juan Josè Montiglio, un giovane di origini piemontesi, socialista, membro della scorta personale del presidente cileno Salvador Allende, destituito e ucciso durante il golpe militare di Augusto Pinochet, l’11 settembre del 1973. Nello stesso giorno Montiglio venne sequestrato. Morì nella caserma Tacna insieme ad altri membri della Guardia presidenziale. La loro morte è stata attribuita direttamente al generale Pinochet, colui che rovesciò il governo costituzionalmente eletto e instaurò in Cile una lunga e sanguinosa dittatura.
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