Martedì 17 marzo 2026

     

    IV Settimana di quaresima

     

    Avvenne il 17 marzo…

    624 – Maometto ottiene la prima vittoria della storia dell’Islam nella battaglia di Badr.

    1861 – Viene proclamato il Regno d’Italia: con questo evento nasce il moderno Stato italiano.

    1942 – Belzec, nel campo di concentramento nazista entra in funzione la prima camera a gas

    1959 – Tenzin Gyatso, il 14º Dalai Lama, fugge dal Tibet e trova rifugio in India.

    1981 – Trovata, in una villa di Licio Gelli, la lista degli appartenenti alla P2.

    2013 – Quello di Giovanni Paolo II è il 3° papato più lungo della storia, dopo S. Pietro e Pio IX

     

    Aforisma dei padri del deserto

    «Mentre stava per morire, Abba Macario disse: “Due cose mi tormentano: ho comprato una stuoia per un fratello e ne ho preteso su due piedi il prezzo, e tessendo ho fatto due paia di tovaglioli che ho lasciato inferiori alla misura, perché mancava un po’ di filo”».

     

    Santo del giorno

    S. PATRIZIO

    Patrizio nasce nel 385 in Britannia da famiglia cristiana.  A 16 anni è rapito e condotto schiavo in Irlanda, dove rimane per 6 anni nei quali approfondisce la vita di fede. Fuggito dalla schiavitù, torna in patria e si prepara a diventare diacono e prete, poi fa esperienze monastiche in Francia. Ha 40 anni e sente la nostalgia di ritornare nell’isola verde dove c’è bisogno di evangelizzatori e qualcuno fa il suo nome come vescovo.

    Egli si prepara, ma la famiglia non vuol lasciarlo partire e gli avversari gli rimproverano poca preparazione. Nel 432 è sull’isola, accompagnato dalla scorta, predica, battezza, conferma, celebra l’Eucarestia, ordina preti, consacra monaci e vergini: il successo è grande, ma non mancano gli assalti di nemici e predoni e le malignità dei cristiani. Patrizio scrive la Confessione per respingere le accuse e celebrare l’amore di Dio. Muore nel 461. È il patrono dell’Irlanda e degli irlandesi nel mondo. 

     

    Preghiera Colletta

    Dio fedele e misericordioso, questo tempo di penitenza e di preghiera disponga i cuori dei tuoi fedeli ad accogliere degnamente il mistero pasquale e a proclamare il lieto annuncio della tua salvezza. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

     

    Parola di dio Giovanni 5,1-16

    Ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con 5 portici, sotto i quali giaceva gran numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. Si trovava lì un uomo che da 38 anni era malato. Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: «Vuoi guarire?».

    Gli rispose il malato: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me». Gesù gli disse: «Alzati, prendi la tua barella e cammina». E all’istante quell’uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare. Quel giorno però era un sabato. Dissero dunque i Giudei all’uomo che era stato guarito: «È sabato e non ti è lecito portare la tua barella». Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: “Prendi la tua barella e cammina”».

    Gli domandarono allora: «Chi è l’uomo che ti ha detto: “Prendi e cammina”?». Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato perché vi era folla in quel luogo. Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio». Quell’uomo se ne andò e riferì ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. Per questo i Giudei perseguitavano Gesù, perché faceva tali cose di sabato.».

     

    Riflessione Don Arturo commenta don Bepo

    «Fu un giorno indimenticabile quello del novembre 1918 quando un eco, una voce attesa in quattro anni con un’ansia che non ha l’uguale “La guerra è finita, l’armistizio è firmato, cessano le ostilità”. Tacciano per sempre i cannoni e torni la pace, torniamo alle nostre famiglie. Chi ha vissuto quei momenti di felicità tra i soldati votati alla morte nelle trincee, non può dimenticare e non può che ridire con parole la gioia, il delirio esultante di quei momenti». Don Giuseppe Vavassori 

    Ci sono eventi come quello evocato da don Bepo che riempiono il cuore di gioia e danno ali alla speranza tenuta a dura prova da anni di guerra. Ma quando le bombe diffondono il fragore di violenza e morte, che cosa possiamo fare, noi poveri cittadini? Ieri la Chiesa ha chiesto di pregare e digiunare per la pace e un tale mentre tornavo dalla Messa mi ha domandato: «Don, hanno ancora senso questi gesti oggi?». «Eccome se hanno senso» – ho risposto. Primo perché lo ha chiesto Gesù e poi perché non sappiamo dove porta il vento dello Spirito Santo.

    In cielo, secondo il profeta, Dio è come il vasaio, che ricompone frammenti di argilla frantumati, valorizza mezzi poveri, fili invisibili e affida allo Spirito la missione di portare lontano il seme del vangelo e lasciarlo cadere nel solco perché possa germinare e crescere. Quando prega, uno entra in grande e misterioso disegno. Come scalpellini in questo mondo noi tutti fatichiamo, sudiamo e soffriamo, ciascuno con proprie motivazioni, ma solo chi è consapevole di lavorare per edificare un bel progetto lavora con gioia. Alla fine si accorgerà di aver contribuito a innalzare una cattedrale. Ma per ora deve solo obbedire al progettista. Di questi tempo il Papa ci chiede di bussare al cuore di Dio con la certezza che la porta sbarrata sarà aperta; ci domanda di continuare a cercare come viandanti e di insistere nel tendere la mano.

    Pregare è un atto di fiducia immenso. Non è facile credere che il deserto, arido e assolato, un giorno fiorirà. Ma quel giorno verrà! Chi prega sta mettendo in atto una rivoluzione. In un mondo dove tutto ha un prezzo, dove si è tentati di non credere più a nessuno, un popolo che prega è un popolo che grida “Signore”, come in una bella poesia di padre Davide Turoldo: «O tu che sovrasti la terra e incombi, uragano che schianta la pietra: uragano che passi sulle nostre vite come il rullo sopra gli asfalti: no, i miei pensieri non sono i tuoi pensieri, le mie vie non sono le tue vie; tu sei il Contrario, l’Oppositore! Tarlo sei di tutti i sistemi, polverina mortale di queste filosofie: Dio sola nostra necessità».

     

    Intenzione di preghiera

    Preghiamo per i cristiani perseguitati e uccisi in Nigeria soprattutto nel Benue State dove i terroristi di Boko Aram e le tribù Fulani distruggono interi villaggi e uccidono intere famiglie.

     

    Don’t Forget! Santi della carità

    S. AGOSTINA PIETRANTONI

    RELIGIOSA E MARTIRE DELLA CARITÀ

    1864.1894

    Nacque il 27 marzo 1864 a Pozzaglia Sabina, presso Rieti, seconda di undici figli, e venne battezzata col nome di Livia. La sua era una famiglia di contadini, dove il lavoro e la preghiera erano i punti di riferimento, sotto la guida di papà Francesco e mamma Caterina Costantini, e con la presenza del nonno Domenico. La piccola Livia mostrò una precoce inclinazione religiosa, e a volte cercava la solitudine per pregare. Dimostrò il suo temperamento salvando un fratellino che stava per annegare nel torrente.

    Il lavoro prese il posto dei giochi per la bambina, che non poté frequentare con regolarità la scuola: nonostante questo, ottenne un buon profitto, tanto che le compagne la chiamavano “professora”. A 22 anni entrò come postulante nella Casa Generalizia delle Suore della Carità di S. Giovanna Antida Thouret: era il 23 marzo 1886. L’anno dopo divenne Suor Agostina: era il 13 agosto; il giorno dopo iniziò la sua opera all’Ospedale S. Spirito di Roma, dove prima di lei avevano prestato la loro opera S. Carlo Borromeo, S. Giovanni Bosco e S. Camillo de Lellis.

    La Questione romana rendeva difficile la vita in ospedale ai religiosi: i Padri Cappuccini erano stati allontanati, i Crocifissi eliminati, solo le suore erano rimaste, ma senza poter parlare di religione. Suor Agostina assistette inizialmente i bambini, ma contrasse la tubercolosi: guarita inaspettatamente, decise di assistere gli adulti nel reparto tubercolotici. Qui non mancavano soggetti violenti e blasfemi, il peggiore dei quali era Giuseppe Romanelli: fu cacciato dall’ospedale, ma volle vendicarsi e scelse la sua vittima, Suor Agostina, che non rinunciò alla sua missione nonostante le minacce.

    Il 13-11-1894 il Romanelli la sorprese e la uccise a pugnalate, le ultime parole della vittima furono di perdono per l’assassino. Ai suoi funerali a Roma si bloccò la circolazione: «Era la Roma del popolo; era la gentile, caritatevole santa Roma che dava l’ultimo saluto a colei che, sacrificando palpiti, pensieri, vita si era data alla carità, al sollievo dei miseri…». Il 12-11-1972 fu beatificata da Paolo VI, che la definì «…semplice, limpida, pura, amorosa…e alla fine…dolorosa e tragica…anzi simbolica». Giovanni Paolo II la proclamò santa il 18-4-1999.

     

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