Martedì 3 febbraio 2026

     

    IV Settimana del Tempo Ordinario

     

    Avvenne il 3 febbraio…

    1783 – La Spagna riconosce l’indipendenza degli Stati Uniti d’America.

    1867 – Il principe Mutsuhito diventa imperatore del Giappone.

    1966 – La navetta sovietica Luna 9 effettua il primo allunaggio

    1989 – I militari pongono fine alla dittatura di Alfredo Stroessner, al potere in Paraguay dal 1954.

    2015 – Insediamento solenne del 12º presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella

    2016 – In Egitto viene ritrovato il corpo martoriato di Giulio Regeni

     

    Aforisma da S. Tommaso d’Aquino

    “L’anima è come un mondo disabitato che prende vita quando Dio poggia la sua testa su di noi”.

     

    Santo del Giorno 

    Il martire Biagio è ritenuto dalla tradizione vescovo della comunità di Sebaste in Armenia al tempo della “pax” costantiniana. Il suo martirio, avvenuto intorno al 316, è perciò spiegato dagli storici con una persecuzione locale dovuta ai contrasti tra l’occidentale Costantino e l’orientale Licinio. Nell’VIII secolo alcuni armeni portarono le reliquie a Maratea (Potenza), di cui è patrono e dove è sorta una basilica sul Monte San Biagio.

    Il suo nome è frequente nella toponomastica italiana – in provincia di Latina, Imperia, Treviso, Agrigento, Frosinone e Chieti – e di molte nazioni, a conferma della diffusione del culto. Avendo guarito miracolosamente un bimbo cui si era conficcata una lisca in gola, è invocato come protettore per i mali di quella parte del corpo.

    A quell’atto risale il rito della “benedizione della gola”, compiuto con due candele incrociate. S. Biagio fa parte dei 14 santi ausiliatori, ossia, quei santi invocati per la guarigione di mali particolari. Venerato in molte città e paesi italiani, delle quali è spesso il santo patrono, è festeggiato il 3 febbraio in quasi tutta la penisola italica.

     

    Preghiera Colletta

    Signore Dio nostro, concedi a noi tuoi fedeli di adorarti con tutta l’anima e di amare tutti gli uomini con la carità di Cristo. Egli è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

     

    Parola di dio Marco 5,21-43

    Essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata».

    E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male. E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità.

    Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male». Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte.

    Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: alzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

     

    Riflessione Frammenti di vita 

    Il 2025 è stato un anno significativo nella storia della carità bergamasca: 50 anni prima infatti il 5-2-1975 moriva a Bergamo don Bepo Vavassori fondatore del Patronato e a dicembre 1975 nasceva la “Caritas diocesana bergamasca”. Mezzo secolo dopo il nostro Vescovo ha inaugurato l’intervento strutturale più impegnativo nella storia del Patronato benedicendo il 20-12-2025 la “stecca” messa a nuovo che dà su via Gavazzeni.

    Una settimana prima Caritas Bergamo ha celebrato 50 anni di vita con la partecipazione delle autorità religiose e civili e di moltissime persone. Oggi domenica 31-1-2026 la chiesa celebra S. Giovanni Bosco morto a Torino il 31-1-1888, lo stesso anno in cui in data 19 luglio nasceva a Osio Sotto Giuseppe Vavassori, che sarà considerato il “don Bosco” bergamasco.

    Nel 2027 ricorrerà il 100° anniversario della fondazione del Patronato la cui data di nascita fu fissata da don Bepo al 9-10-1927, il giorno in cui con una dozzina di ragazzi si trasferì da Città Alta alla nuova sede della Malpensata. Un secolo prima, il 10-12-1827 era nato a Bergamo don Luigi Maria Palazzolo futuro Santo di cui don Bepo fu giustamente considerato continuatore.

    A nostro avviso non si tratta solo di coincidenze: un santo muore e ne nasce un altro; qualcosa finisce e inizia qualcosa d’altro…a segnalare che la carità è inesauribile perché ha la sua sorgente in Dio che non la farà mai mancare nella storia non solo di Bergamo, ma del mondo intero.

     

    Intenzione di preghiera

    Preghiamo perché don Biagio ci protegga dai mali della gola e della respirazione.

     

    Don’t Forget! 1000 quadri più belli del mondo

    TEOFILO PATINI: L’EREDE

    1880 – Pittura a olio – 100 x 140 cm – Galleria Nazionale d’Arte Moderna – Roma

    Nel 1880 il pittore abruzzese Teofilo Patini (1840-1906) terminò questa sua opera, ispirata a un episodio reale avvenuto a Castel di Sangro suo paese natale, che intitolò L’erede unico poi diventato L’erede. L’autore spiegò il titolo così: “Erede di che? di lavoro, di sofferenze, di miseria…ma che in sé contiene il germe delle grandi riforme sociali… semplice e pura manifestazione di un vero che mi circonda”.

    Da socialista qual era, dipinse quadri che ritraevano la civiltà contadina abruzzese di fine Ottocento e primi del Novecento, mettendo in rilievo la «condizione di povertà della regione» e la «capacità di resistenza e di sacrificio della popolazione»; oltre che la sua profonda passione, la pittura fu il megafono con il quale urlava al mondo le misere condizioni del suo popolo, megafono che idealmente consegnerà a Ignazio Silone, lo scrittore di Fontamara. In particolare, tre sue opere ebbero una forte connotazione politica e per questo vengono considerate come parte di una “trilogia sociale”: Vanga e latte, L’erede e Bestie da soma.

    La scena è resa con efficace linguaggio veristico nella puntuale descrizione della misera stanza in cui al centro giace a terra il corpo privo di vita dell’uomo e con una forte connotazione drammatica determinata dal tetro colorismo e dai forti effetti di luce e di ombra. Il padre morto, la madre in lacrime, il focolare spento, la squallida stanza dove i pochi utensili accentuano la sensazione di miseria mentre i tre personaggi stesi a terra, comunicano anche visivamente la loro condizione disperata, facendoci sentire tutta l’angoscia del momento.

    Ma nel grigio della scena c’è un tocco di luce e di colore: il bambino vivo che fa da pendant al padre morto e indica come con la sua nascita non tutto sia perduto e che potrebbe essere lui l’occasione per la ripartenza. Esiste una vasta letteratura critica sull’opera, che sottolinea come i personaggi di Patini siano considerati più come vittime rassegnate alla loro misera sorte, che come ribelli, ma vittime che hanno, nonostante tutto una loro dignità e forza che apre la porta alla speranza di riscatto.

     

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