Mercoledì 7 gennaio 2026

     

    Seconda settimana di Natale

     

    Avvenne il 7 gennaio…

    1610 – Galileo Galilei osserva per la prima volta i satelliti di Giove.

    1797 – Il tricolore rosso, bianco e verde è adottato come bandiera da uno Stato italiano sovrano, la Repubblica Cispadana.

    1912 – Scontro di Kunfida, sul Mar Rosso, fra unità della Regia Marina italiana e della flotta turca.

    1927 – Si tiene la prima telefonata transatlantica fra New York e Londra.

    1989 – Akihito diventa imperatore del Giappone

    1999 – Inizia il processo per impeachment del presidente degli Stati Uniti Bill Clinton.

     

    Aforisma dalla 1.a lettera di S. Giovanni Apostolo

    “Carissimi, qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da Dio, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito”.

     

    Preghiera Colletta

    O Dio, il tuo Verbo dall’eternità riveste il cielo di bellezza e dalla Vergine Maria ha assunto la nostra fragile carne: apparso tra noi come splendore della verità, nella pienezza della sua potenza porti a compimento la redenzione del mondo. Egli è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen. 

     

    Parola di dio

    Matteo 4,12-17.23-25

    In quel tempo, quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nazareth e andò ad abitare a Cafarnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta».

    Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. La sua fama si diffuse per tutta la Siria e conducevano a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guarì. Grandi folle cominciarono a seguirlo dalla Galilea, dalla Decàpoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano.

     

    Riflessione don Arturo commenta don Bepo   

    «Come la famiglia di Nazareth ha vissuto nella concordia, oggi le nostre famiglie sanno vivere nella concordia? Sanno amarsi a vicenda? Sanno rispettare padre e madre?».  don Bepo Vavassori (diario 1966-1975, Natale 1974).

    Sono domande di ieri e di sempre quelle che don Bepo si pose un mese prima di morire. Domande che interrogano le famiglie quando accadono imprevisti o tragedie che aprono ferite dolorosissime. Ieri, non pochi lettori hanno apprezzato la bella storia diffusa dal vescovo Mimmo. Uno di loro l’ha cercata e mi ha chiesto di condividere con tutti la preghiera che chiude il racconto. «Dio Bambino, tu che non smetti di aprire le porte chiuse della storia, le serrature più indurite dall’egoismo e dall’indifferenza, i nostri cuori troppo spesso chiusi alla fiducia e alla pace. 

    Tu che sei la Chiave di Davide, vieni e apri alla speranza le nostre relazioni ferite, le nostre città stanche, le fabbriche e i luoghi di lavoro che vengono meno, i porti che temono di accogliere, le case che esitano a vivere in pace, i cuori che si sono arresi dinanzi al futuro. Apri le prigioni interiori, ciò che noi non riusciamo più ad aprire. Apri dove le nostre chiusure hanno sbattuto le porte in faccia alla vita. E insegnaci che nessuna ruggine è per sempre, nessun blocco è definitivo, e che per ogni porta santa che si chiude ve n’è una che rimane spalancata in eterno: quella dell’amore». «Tu – Porta viva, chiave sempre pronta – continua ad aprire varchi proprio lì dove noi, ostinati e impauriti, continuiamo a costruire muri.

    Spalanca ancora le porte della speranza a questo mondo che mendica luce, e fai passare con noi, uno ad uno, i fratelli e le sorelle che attendono un varco. Resta accanto al nostro passo incerto, e soffia ancora, oggi e sempre, il coraggio di ricominciare. Amen». Tu sei Porta aperta per far conoscer il segreto dell’educare alla vita buona, la rotta che conduce alla meta.       

     

    Intenzione di preghiera

    Preghiamo perché la stella dell’epifania brilli nei cuori di ogni uomo e l’aiuti a trovare la via che porta a Gesù.

     

    Don’t Forget! La natività nell’arte bergamasca

    LORENZO LOTTO: S. FAMIGLIA CON S. CATERINA di ALESSANDRIA

    1533, Pittura a olio 81,5 x 115,3 cm, Accademia Carrara Bergamo

    La celebre opera di Lorenzo Lotto “La Sacra Famiglia con S. Caterina d’Alessandria” è un dipinto a olio su tela, datato e firmato 1533, conservato alla Accademia Carrara di Bergamo, che raffigura Maria, Gesù, Giuseppe e S. Caterina in una composizione intima, con il Bambino che dorme su una pietra, prefigurando la Passione, e simboli come il fico e il paesaggio marchigiano. L’opera è nota per la sua delicatezza, l’umanità dei personaggi e la complessa simbologia religiosa, tipica dello stile di Lotto, specialmente durante il suo soggiorno a Bergamo.

    La scena delle Nozze mistiche di Santa Caterina è reinterpretata da Lotto stravolgendo lo schema tradizionale. L’artista sposta il punto di osservazione verso destra, raffigurando Maria quasi girata su un fianco mentre regge un libricino di preghiere e, con l’altra mano, porge il palmo verso il Figlio in segno di protezione. Giuseppe, solitamente relegato a un ruolo marginale, ha qui una posizione da protagonista: è lui a occupare il centro della narrazione e a presentare la giovanissima Santa Caterina, inginocchiata di profilo, al Bambino dormiente.

    Gesù Bambino dorme nudo al centro della composizione, in un sonno tormentato, ma è anche rappresentato in una prefigurazione simbolica della Passione: il velo bianco sollevato da San Giuseppe allude a un sudario e la fredda pietra su cui il Bambino giace è simile al coperchio di un sarcofago. Il fico ombroso dalle foglie larghe può essere, secondo la parabola del fico sterile (Luca, XIII, 6-8), ricondotto all’albero della conoscenza del bene e del male presente nel Giardino dell’Eden.

    Secondo la fonte evangelica la pianta, priva di frutti dopo tre anni, sarebbe da identificare come il Popolo di Israele indifferente alle predicazioni di Gesù. Tuttavia qui l’albero appare rigoglioso, con un significato legato forse alla rinascita del mondo attraverso la redenzione.

     

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