La difesa senza il rischio di aiutare

     

    Di recente siamo stati contattati per telefono da un signore: “Uno che voi avete accolto tempo fa al Patronato, ora è rinchiuso in un CPR (centro di permanenza per il rimpatrio) lontano da Bergamo.

    Dovreste sentirvi in obbligo di aiutarlo visto che l’avete espulso ed è finito in strada”. Verifichiamo chi sia il tipo segnalato: è un giovane straniero che avevamo accolto per due anni, finché si è scoperto che spacciava: gli avevamo stretto i panni addosso e lui sembrava aver capito.

    Ma tempo dopo la polizia ci mise in guardia: “Ci sono seri motivi per sospettare che uno dei vostri stia usando il Patronato come base per lo spaccio”. Era lui. A questo punto l’espulsione divenne inevitabile.

    Un educatore si incaricò di spiegare come stavano le cose a chi ci aveva telefonato il quale reagì dicendosi scandalizzato che un ente caritativo fosse così duro con la povera gente. Anche questo episodio ha una sua morale: stupisce di meno il comportamento dello spacciatore che quello del suo difensore il quale non solo non si assume il rischio di aiutare il poveraccio, ma pretende che si debba essere noi a farlo.

    Il giovane chiuso nel CPR non ci ha mai accusato di niente, anzi ci ha esplicitamente richiesto un aiuto che gli sarà concesso sia che rimanga in Italia (a condizione però che la smetta di delinquere), sia che torni in Africa dove altri sono dovuti tornare, ma senza essere da noi abbandonati.     

     

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