Qunado gli occhi parlano più delle parole

    Ore 3,30 della notte:
    tra tuoni e fulmini il temporale si scatena violentissimo e in pochi minuti l’acqua mi arriva ai piedi del letto. Mi alzo per chiudere porte e finestre e guardo giù nel cortile: rannicchiato in un angolo nel tentativo di ripararsi, scorgo un nero corpulento e riconosco il giovane africano arrivato giorni fa dalla Germania: “Devi aspettare: per ora non c’è posto” gli avevamo ripetuto un po’ tutti. Nonostante la stazza dev’essere riuscito a imboscarsi in qualche anfratto, ma ci ha pensato il temporale a stanarlo. Scendo e lo chiamo: esita, ma lo rassicuro e lo faccio entrare nel salone della mensa. E’ zuppo d’acqua dal capo ai piedi. Poche ore prima, alla chiusura dei cancelli qualcuno gli aveva indicato la tettoia che nel piccolo giardino a fianco della chiesa fa da riparo a un tavolo e due panche:
    “Col caldo che fa è un buon posto per dormire e qui nessuno verrà a cercarti” gli aveva detto. Ma ci aveva pensato il diluvio a rovinare tutto. Troppo grosso per scavalcare il muro o il cancello, aveva cercato riparo: con quel nubifragio nessuno l’avrebbe cercato, ma la pioggia si era abbattuta su di lui senza pietà. “Asciugati e resta qui stanotte –lo rassicuro- e vedi di dormire; domani si vedrà”.
    Non apre bocca, ma gli occhi parlano per lui e l’ampia faccia abbozza un sorriso.

    – don Davide –

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