Quando non c’è niente da aggiungere

     

    Un ospite africano chiede: «Cosa vuol dire barlafüss? L’ho sentito dal mio boss (=datore di lavoro)». «È una parola bergamasca e non è facile da spiegare» rispondo e per fargli capire cosa significhi, gli indico un altro ospite e chiedo: «Cosa pensi di lui?». Risponde: «È uno che parla e parla e non sa fare un cavolo» (ma lui usa un termine molto più volgare).

    Poi è il turno di uno che appena fuori del Patronato sta fumando quella che ha tutta l’aria di essere una canna: «E di quest’altro?». «Lo capisci anche tu da solo che tipo è». «E dimmi» chiedo «dov’è finito il tuo amico…?».

    Lui: «Ha aggredito la polizia, ma era ubriaco, poveretto, ed è finito in prigione». Nel giro alla ricerca di altri barlafüss, incontriamo nell’ordine il tipo polemico che incolpa tutto e tutti dei guai che è lui stesso a procurarsi; il giocatore patologico alla spasmodica ricerca di qualche spicciolo; un tale che vuole avere sempre l’ultima parola, ma a cui nessuno dà retta ecc.

    Alla fine dico al mio interlocutore: «Ora metti insieme tutti questi comportamenti strani e otterrai un perfetto barlafüss». Mi guarda perplesso e misurando le parole dice: «Ho capito cosa vuol dire, ma tutti quelli che mi hai segnalato sono dei poveri diavoli e con loro hai avuto gioco facile.

    A me sembra però che i “barlafüss” non manchino neppure fra i bianchi, i ricchi, gli istruiti, i potenti e i famosi; anzi, che siano proprio loro i più pericolosi». Ha capito perfettamente e non ho più niente da aggiungere.

     

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