C’è bisogno di un linguaggio chiaro

     

    Che l’e-mail abbia contribuito a rivoluzionare i modi della comunicazione è certo; ma l’impressione è che abbia contribuito a cambiare anche il linguaggio… e non in meglio purtroppo.

    Fra i tanti (troppi!) scritti che infestano la posta elettronica, molti risultano pressoché impossibili da decifrare, zeppi come sono di termini inglesi, acronimi (=sigle), tecnicismi, giri di parole e di frasi, neologismi, espressioni ridondanti e vocali neutre («ə») per essere il più inclusivi possibile…

    Un esempio: «La Call for Artists rimane per (…) uno dei cuori del progetto nel suo essere una ricognizione nei linguaggi visivi contemporanei, un percorso di partecipazione che nel tempo conferma il suo potenziale eversivo in grado di accogliere e amplificare altri sguardi e immaginari, stratificati in carta sul paesaggio urbano».

    È solo una parte di un articolo che mi è stato chiesto di tradurre in termini accessibili ai lettori comuni… ma ammetto di aver gettato la spugna quasi subito. Io infatti sono nato in tempi poco inclusivi in cui se a scuola avessi scritto una frase del genere, mi sarei beccato un 4 che non ammetteva repliche.

    E poi c’è di mezzo la parola di Gesù (non uno qualsiasi!): «Sia il vostro parlare “sì quando è sì”, “no quando è no”; il di più viene dal Maligno». (Mt. 5,37).

     

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