Se si cerca complicità, non verità

     

    Dopo un’aspra discussione con un tizio dai modi indisponenti, il giovane sfogò la sua ira e amarezza al prete della sua parrocchia, raccontandogli per filo e per segno l’accaduto e cercando di essere il più oggettivo possibile. L’anziano sacerdote alla sollecitazione del giovane «Io so di avere ragione, ma lei che ne pensa?» dopo un silenzio che al ragazzo sembrò interminabile, rispose: «Perché mi fai questa domanda? È a te stesso che devi rivolgerla». «In che senso?» fece il giovane.

    «Nel senso che con le tue argomentazioni vuoi dimostrare che hai ragione e io ti crederei anche, se non fosse per due cose: la prima è che se sei convinto di avere ragione, perché insisti a chiedermi cosa ne penso? Non sarà che invece temi di aver sbagliato? Sii onesto con te stesso e fatti la domanda giusta: «Ho ragione o torto?».

    «E la seconda cosa?» chiese il ragazzo tentando di uscire dall’impasse in cui si era cacciato. «La seconda è che sei troppo agitato e hai perso la serenità e questo è il comportamento di chi ha sbagliato, ma non è disposto ad ammetterlo e va alla ricerca non di verità, ma di complicità». Quel giovane ero io tanti anni fa e il vecchio prete era il mio parroco. Non ho più dimenticato quella lezione, anche quando ogni tanto mi capita di rifare l’adolescente che non cerca verità, ma complicità.

     

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