IX Settimana del T. Ordinario
Avvenne il 5 giugno…
1224 – Federico II di Svevia fonda l’Università degli Studi di Napoli.
1752 – Benjamin Franklin prova che il fulmine è elettricità.
1920 – L’Arma dei Carabinieri è insignita della 1.a medaglia d’oro al valor militare.
1968 – Sirhan Sirhan a Los Angeles, California spara a Robert Kennedy che morirà il giorno dopo;
1989 – Pechino: protesta di p.za Tienanmen, il “Rivoltoso Sconosciuto” si para davanti ai carri armati per bloccarli. Diventerà il simbolo della rivolta.
2012 – Atterraggio del rover Curiosity su Marte, lanciato il precedente 26 novembre
Aforisma di Cechov
“L’uomo o dev’essere credente o deve cercare una fede, altrimenti è un uomo vuoto.”
Santo del giorno

Senza l’opera missionaria di Bonifacio non sarebbe stata possibile l’organizzazione politica e sociale europea di Carlo Magno. Bonifacio o Winfrid sembra appartenesse a una nobile famiglia inglese del Devonshire, dove nacque nel 673 (o 680). Professò la regola monastica nell’abbazia di Exeter e di Nurslig, prima di dare inizio all’annuncio del Vangelo presso le popolazioni germaniche oltre il Reno.
Dopo le prime difficoltà in tre anni percorse gran parte del territorio germanico. Convocato a Roma, ebbe dal papa l’ordinazione episcopale e il nuovo nome di Bonifacio. Prima di organizzare la Chiesa sulla riva destra del Reno pensò alla fondazione, tra le regioni di Hessen e Turingia, di un’abbazia, che divenisse il centro propulsore della spiritualità e della cultura religiosa della Germania. Nacque così la celebre abbazia di Fulda. Come sede arcivescovile scelse la città di Magonza. Morì nel 754.
Preghiera Colletta
O Dio, che nella tua provvidenza tutto disponi secondo il tuo disegno di salvezza, ascolta la nostra umile preghiera: allontana da noi ogni male e dona ciò che giova al nostro vero bene. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per i secoli dei secoli. Amen
Parola di Dio Marco 12,35-37
In quel tempo, insegnando nel tempio, Gesù diceva: «Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide? Disse infatti Davide stesso, mosso dallo Spirito Santo: “Disse il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici sotto i tuoi piedi”. Davide stesso lo chiama Signore: da dove risulta che è suo figlio?». E la folla numerosa lo ascoltava volentieri.
Riflessione Don Arturo commenta don Bepo
«Noi conosciamo come Dio è felice perché non è un essere isolato. Noi conosciamo perché Dio ha detto che ci ha creati a sua somiglianza». Don Giuseppe Vavassori (Diario 1964-1969 dialoghi domenicali, 13/6/965). Dio è felice – scrive don Bepo – in una catechesi dedicata al mistero della SS.ma Trinità. Dio è felice perché non è da solo, è comunione, è famiglia. La felicità non è qualcosa di confezionato, ma fiorisce nel dono. Molti anni fa, in Cina, vivevano due amici: uno di loro era molto bravo a suonare l’arpa. L’altro era dotatissimo nella rara arte di saper ascoltare.
Quando il primo suonava o cantava di una montagna, il secondo diceva: «Vedo la montagna come se l’avessimo davanti». Quando il primo suonava a proposito di un ruscello, colui che ascoltava diceva: «Sento scorrere l’acqua fra le pietre». Ma un brutto giorno, quello che ascoltava si ammalò e morì. Il primo amico tagliò le corde della sua arpa e non suonò mai più. Esistiamo veramente se qualcuno ci ascolta. Il dono più grande che possiamo fare ad una persona è ascoltarla «veramente». Dio è amore. Per questo la Bibbia ci presenta Dio non come un solitario, ma come una realtà sublime di comunione: il Padre, il Figlio, lo Spirito. Tre realtà dentro un abbraccio di Amore infinito.
L’uomo che ama anche lui è una realtà di comunione: con le cose, comunione con le persone, comunione con Dio. L’amore per l’uomo è un apprendimento a far comunione. La vita dell’uomo è un cammino di comunione: prima i genitori, poi la famiglia, poi gli amici, poi una persona in particolare; e attraverso questo esercizio di comunione l’uomo matura verso la grande comunione con Dio, il suo compimento supremo. In un mondo segnato dall’indifferenza religiosa la gioia di credere è una provocazione potente: ci chiama a una fede incarnata, che non fugge il mondo, ma lo abita con amore; una fede che si fa presenza, ascolto, vicinanza, come ogni cristiano che sa che Dio si trova nei luoghi più semplici e impensati della vita quotidiana”.
Intenzione di preghiera
Preghiamo perché i battezzati non dimentichino che la confessione, oltre a perdonare i peccati, spiana il cammino di fronte a difficoltà e problemi e ristabilisce la pace.
Don’t Forget! Santi della carità
SAN FILIPPO SMALDONE
SACERDOTE
1848 – 1923


L’arco di vita di FILIPPO SMALDONE (1848 al 1923) fu contrassegnato da decenni densi di tensioni e contrasti nei vari settori della vita della società italiana, nella sua patria d’origine e nella Chiesa. Nacque a Napoli il 27-7-1848, l’anno dei famosi «moti di Napoli». A 12 anni, la monarchia borbonica, a cui era attaccata la sua famiglia, fu rovesciata politicamente e la Chiesa di Napoli, con la conquista di Garibaldi, conobbe l’esilio del suo Cardinale Sisto Riario Sforza. Ma fu proprio allora che Filippo prese la decisione di diventare prete e servire la Chiesa, che vedeva osteggiata e perseguitata. Mentre era ancora studente, si dedicò all’assistenza di emarginati numerosi e abbandonati a sé stessi: i sordi. In quest’attività benefica si applicò molto più che negli studi il che provocò il suo passaggio dalla arcidiocesi di Napoli a quella di Rossano Calabro, il cui Vescovo lo accolse generosamente. Il cambio di diocesi peraltro durò solo pochi anni, perché nel 1876, fu re-incardinato a Napoli e con permesso del suo nuovo Arcivescovo, restò a Napoli, dove proseguì con gli studi, anche l’opera di assistenza ai sordi.
Il 23-9-1871, fu ordinato prete a Napoli e iniziò il ministero sacerdotale come catechista nelle cappelle serotine, collaboratore in varie parrocchie e visitatore di ammalati in cliniche, ospedali e case private. La sua carità raggiunse l’eroismo durante una pestilenza a Napoli, dalla quale restò colpito e ridotto in fin di vita e da cui fu guarito dalla Madonna di Pompei a cui rimase sempre devoto. Ma la cura pastorale privilegiata di Don Filippo era quella per i sordi, ai quali avrebbe voluto dedicare le sue energie con criteri diversi da quelli applicati dagli addetti a quel settore educativo. Per loro lasciò la casa paterna e andò a vivere con un gruppo di preti e laici.
Acquistò grande competenza pedagogica nel settore e progettò di realizzare una istituzione stabile e idonea per la cura, l’istruzione e l’assistenza umana e cristiana dei sordi. Il 25-3-1885 partì per Lecce per aprire, insieme con Don Lorenzo Apicella, un istituto per non udenti. Vi portò alcune «suore», che era andato formando in precedenza, e gettò così le basi della Congregazione delle Suore Salesiane dei Sacri Cuori, che ebbe rapida e solida espansione. All’istituto di Lecce, fece seguito nel 1897 quello di Bari.
Poiché il suo cuore compassionevole non sapeva dire di no alle richieste di tante famiglie povere, a un certo punto cominciò a ospitare, oltre alle sorde, anche le fanciulle cieche e le bambine orfane ed abbandonate. Opera e Congregazione, nonostante le dure prove cui andò soggetta sia dall’esterno sia dall’interno, conobbero un discreto allargamento e consolidamento. Per un quarantennio don Filippo si prodigò a sostenere materialmente ed educare moralmente i suoi sordi, verso i quali aveva affetto e cure di padre, e per formare alla vita religiosa perfetta le Suore Salesiane dei Sacri Cuori.
Fu anche assiduo e stimato confessore di sacerdoti e seminaristi, confessore e direttore spirituale di diverse comunità religiose, fondatore della Lega Eucaristica dei Sacerdoti Adoratori e Dame Adoratrici, fu Superiore della Congregazione dei Missionari di S. Francesco di Sales per le missioni popolari. Non per nulla fu decorato della Croce pro Ecclesia et Pontifice, annoverato tra i canonici della cattedrale di Lecce, decorato da una Commenda dalle Autorità civili. Finì i suoi giorni a Lecce dove si spense il 4-6-1923, dopo aver ricevuto tutti i conforti religiosi. È stato beatificato da Giovanni Paolo II nel 1996 e canonizzato dal papa Benedetto XVI nel 2006, a Roma in Piazza san Pietro.








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